Dal mare alla tavola: il vero costo della pesca intensiva e dell’acquacoltura

Introduzione: perché parlare di pesca intensiva

La domanda globale di prodotti della pesca è cresciuta in modo costante negli ultimi decenni. Negli ultimi anni la produzione marina mondiale si è attestata su volumi record e l’aquacoltura ha sorpassato la pesca da cattura come principale fonte di produzione di animali acquatici. Questo spostamento fa emergere questioni nuove e antiche: sostenibilità delle risorse, integrità degli ecosistemi marini, giustizia per le comunità costiere e l’impronta ambientale complessiva dell’alimentazione ittica.

Solo nel 2022, secondo la FAO (The State of World Fisheries and Aquaculture 2024), la produzione globale di prodotti della pesca e dell’acquacoltura ha superato i 223 milioni di tonnellate, un record storico. Ma dietro questi numeri si nasconde un sistema produttivo che sta portando gli oceani e gli ecosistemi costieri al collasso: la pesca intensiva e l’acquacoltura industriale.

Questo articolo approfondisce come la pesca intensiva viene attuata, quali sono i suoi effetti sull’ambiente marino e perché anche l’allevamento intensivo di pesci e crostacei rappresenta una seria minaccia per la sostenibilità del pianeta.

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Cos’è la pesca intensiva e come viene praticata

Per pesca intensiva si intende un insieme di pratiche di pesca su larga scala realizzate da flotte industriali che operano con l’obiettivo di massimizzare il prelievo di risorse marine. Le tecniche più comuni includono:

  • Trawling (dragaggio): reti trainate sul fondo o a mezz’acqua che catturano tutto ciò che incontrano. È una delle pratiche più distruttive perché danneggia i fondali e rilascia grandi quantità di carbonio intrappolato nei sedimenti.
  • Purse seine (reti a circuizione): usate per intrappolare grandi banchi di pesce pelagico come tonni e sardine.
  • Longline (palangari): linee con migliaia di ami che catturano specie di grandi dimensioni come tonni e cernie.
  • Gillnet (reti da posta): muri di rete che catturano i pesci per impigliamento.

Queste tecniche, usate a intensità elevata e spesso combinate ad una scarsa regolamentazione, sono alla base della pesca intensiva moderna, portando molte popolazioni ittiche sull’orlo del collasso.


Dati aggiornati 2022–2025

Note veloci per il lettore: negli ultimi anni i report internazionali mostrano che una quota significativa degli stock ittici è ancora soggetta a sovrasfruttamento, mentre l’acquacoltura continua a crescere e a rappresentare oltre la metà della produzione globale di animali acquatici.

Secondo i più recenti dati FAO:

  • Nel 2022 la pesca da cattura ha raggiunto 92,3 milioni di tonnellate, mentre l’acquacoltura ha prodotto 130,9 milioni di tonnellate di animali acquatici.
  • Oggi oltre il 51% del pesce consumato nel mondo proviene da allevamenti.
  • Nel 2025, la FAO stima che solo il 64,5% degli stock ittici globali sia sfruttato in modo sostenibile, mentre il 35,5% risulta sovrasfruttato.
  • Ogni anno si registrano tra i 9 e i 27 milioni di tonnellate di scarti e catture accidentali (bycatch).
  • Il bottom trawling contribuisce al rilascio di circa 370 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno dai sedimenti marini.

(Le fonti ufficiali e gli studi scientifici usati per questi numeri sono citati in questa pagina e nelle note a margine del sito.)


Bycatch: la pesca che non vedi

Il termine bycatch indica tutte le specie catturate accidentalmente durante le operazioni di pesca.

Si tratta spesso di tartarughe marine, delfini, squali o uccelli marini. Queste catture non intenzionali vengono spesso rigettate in mare, per lo più morte, causando gravi perdite alla biodiversità marina. Anche nel caso di flotte regolamentate, i tassi di cattura accidentale possono essere molto alti per alcune attività.

Oltre ai danni ecologici, il bycatch rappresenta anche un’enorme inefficienza economica.

Secondo studi recenti, ogni anno milioni di tonnellate di pesce vengono sprecate (con stime che si aggirano attorno ai 9 milioni di tonnellate nei rapporti recenti), gravando su popolazioni vulnerabili e sull’economia di medio-piccoli pescatori, facendo perdere una preziosa fonte di reddito alle comunità costiere.


L’ascesa dell’acquacoltura intensiva

L’acquacoltura – ovvero l’allevamento di pesci, crostacei e molluschi – è diventata negli ultimi anni la principale fonte di ‘produzione di animali’ acquatici. Viene considerato come il settore in più rapida crescita tra le ‘produzioni animali’ mondiali.

La sua capacità produttiva ha permesso di soddisfare una domanda in crescita — ma ha introdotto problemi distinti dall’industria della pesca:

Non tutta l’acquacoltura è sostenibile.

Gli allevamenti intensivi si concentrano in vasche o gabbie ad alta densità, spesso collocate in mare aperto o lungo le coste. Le specie più allevate includono salmoni, tilapie, gamberi e pangasius.

  • Produzione in vasche o gabbie ad alta densità (salmoni, gamberi, tilapia, pangasio).
  • Dipendenza da mangimi a base di farine e oli di pesce (in molti casi ancora prodotti da stock selvatici), generando una pressione indiretta sui popolamenti selvatici.

I principali problemi dell’acquacoltura intensiva:

  • Inquinamento locale: rilascio di nutrienti, antibiotici e rifiuti organici che compromettono la qualità dell’acqua.
  • Malattie e parassiti: la densità elevata favorisce la diffusione di patogeni che possono contaminare anche le popolazioni selvatiche.
  • Fuga di specie allevate: altera il patrimonio genetico delle popolazioni naturali.
  • Distruzione di habitat naturali: in Asia e America Latina, migliaia di ettari di mangrovie sono stati convertiti in allevamenti di gamberi.

Impatti sul clima e sugli habitat marini

La pesca intensiva e l’acquacoltura amplificano problemi già esacerbati dal riscaldamento degli oceani e dall’acidificazione: perdita di biodiversità, collasso locale di stock, ridotta capacità degli ecosistemi di fornire servizi (filtrazione dell’acqua, stabilità delle coste, sequestro del carbonio).

Inoltre, pratiche come il bottom trawling possono mobilizzare carbonio sepolto nei sedimenti — un impatto potenzialmente non trascurabile in termini di ciclo del carbonio.

Le attività di pesca e allevamento intensivo contribuiscono al cambiamento climatico in diversi modi:

  • Emissioni di CO₂ dai fondali: il dragaggio libera carbonio intrappolato nei sedimenti.
  • Riduzione della biodiversità: la perdita di specie riduce la resilienza degli ecosistemi marini.
  • Alterazione delle catene alimentari: la rimozione massiccia di predatori o prede destabilizza interi ecosistemi.

Gli oceani, che assorbono circa un quarto della CO₂ atmosferica, stanno perdendo la loro capacità di mitigare il cambiamento climatico proprio a causa delle attività antropiche.


Problemi specifici dell’allevamento intensivo di pesci e crostacei

  • Malattie e parassiti (es. sea lice nei salmoni): si propagano rapidamente in allevamenti densi e possono spillover in popolazioni selvatiche.
  • Fuga di individui allevati: alterano il pool genetico delle popolazioni selvatiche e possono trasferire malattie.
  • Inquinamento locale: nutrienti (N, P), antibiotici e composti chimici si accumulano vicino alle strutture in mare, degradando habitat costieri.
  • Distruzione di habitat terrestri: in particolare la conversione di mangrovie per allevamenti di gamberi (storicamente significativa in Asia e America Latina).

Impatti sociali, economici e sulle risorse terrestri

La pesca intensiva non danneggia solo l’ambiente, ma anche le persone.

Le flotte industriali, spesso sussidiate, competono con i pescatori artigianali locali, riducendo le opportunità economiche e aggravando le disuguaglianze sociali.

  • Concentrazione della ricchezza: flotta industriale vs pesca artigianale — riduzione dei mezzi di sussistenza locali.
  • Sovvenzioni dannose: sussidi alla pesca che mantengono attività non sostenibili.
  • Impatto sulle risorse terrestri: produzione di mangimi, uso di terra per colture di soia/pesce, pressione su acqua dolce e su input agricoli.

Inoltre, la produzione di mangimi per l’acquacoltura (a base di farina di pesce o soia) esercita pressione sulle risorse terrestri e contribuisce alla deforestazione e all’uso eccessivo di acqua dolce.


Soluzioni possibili (politiche e pratiche sostenibili)

Nonostante il quadro critico, le soluzioni esistono:

  • Gestione basata sulle quote e sulle evidenze scientifiche; attuazione efficace dei TAC.
  • Riduzione dei sussidi dannosi e riallocazione per la transizione verso pratiche sostenibili.
  • Zone marine protette (MPA): quando ben progettate, aumentano biomassa e resilienza.
  • Tecnologie selettive: reti modifiche, dispositivi di esclusione per tartarughe e uccelli, gear innovativi.
  • Riforma dell’acquacoltura: utilizzo di mangimi alternativi (alghe, proteine da insetti, rifiuti di origine vegetale), miglioramento della gestione delle deiezioni, sistemi recircolanti (RAS) e integrazione multi-trofica (IMTA).
  • Certificazioni e supply chain trasparenti: Marine Stewardship Council, ASC e altri schemi — utili, ma non esenti da limiti.


Cosa può fare il consumatore

Anche le nostre scelte contano. Ecco alcune azioni pratiche:

  • Acquistare pesce certificato da enti indipendenti (es. MSC, ASC).
  • Preferire specie locali e stagionali.
  • Ridurre il consumo di pesce industriale e variare la dieta.
  • Sostenere politiche pubbliche e campagne per una pesca sostenibile.

Conclusione

La pesca intensiva e l’acquacoltura industriale rappresentano due facce della stessa medaglia: produrre di più a costo di distruggere gli ecosistemi. Ma non tutto è perduto.

Le soluzioni esistono, ma richiedono volontà politica, trasparenza nelle catene di fornitura e scelte di consumo più consapevoli.

Con scelte consapevoli, politiche responsabili e innovazioni tecnologiche, possiamo ancora garantire un futuro sostenibile ai nostri oceani.


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Di seguito riporto le fonti principali che ho usato per aggiornare i dati e le affermazioni più importanti:

  1. FAO — The State of World Fisheries and Aquaculture 2024 (report e pagina SOFIA, dati su produzione globale e ruolo dell’acquacoltura). FAOHome
  2. FAO newsroom — valutazione globale degli stock marini (stima recente: ~64.5% dei stock sfruttati a livelli biologicamente sostenibili; ~35.5% sovrasfruttati / numeri 2024–2025). FAOHome
  3. Dati di produzione: SOFIA / articoli di sintesi che riportano aquacoltura record (130.9 milioni di t nel 2022; aquacoltura > capture fisheries per produzione di animali). FAOHome
  4. Impatto del bottom trawling sul carbonio: studi e articoli che stimano un rilascio significativo di carbonio (es. fino a ~370 Mt CO₂/anno nelle stime recenti) e ricerche su effetto su sedimenti e sequestro di C. Scientific American
  5. Bycatch / discards: stime recenti su scarti globali (ordine di milioni di tonnellate all’anno — stime intorno a 9 milioni t in alcune analisi) e letteratura tecnica sul tema. sciencedirect.com
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