“Promettete il futuro, ma proteggete il passato”: quello che non è successo durante la COP30 a Belém.

- Cos'è la COP e il suo Ruolo nel Contesto Climatico
- Popoli indigeni, protesta, tensioni: la voce a Belém (ampiamente ignorata) di chi subisce
- Le nazioni coinvolte e le tematiche da affrontare: un’assemblea globale divisa
- Cosa è stato deciso: i risultati deludenti della COP30
- Le mancanze più gravi: ciò di cui non si è parlato
- L'Italia alla COP30, invisibile a Belém
- I 10 giorni di COP30: tra negoziati, scontri, e muri. (Riassunto)
- Conclusione: un fallimento annunciato. Cosa significa per il futuro
Cos’è la COP e il suo Ruolo nel Contesto Climatico
La Conferenza delle Parti (COP) rappresenta un’importante piattaforma globale nel contesto della lotta contro il cambiamento climatico. il summit annuale sul clima delle Nazioni Unite (United Nations Climate Change Conference), non è un semplice convegno: è il tavolo dove 195+ paesi, più l’Unione Europea, negoziano i limiti entro cui l’umanità può continuare a esistere su questo pianeta senza collassare.
Essa ha preso avvio nel 1995, con l’istituzione della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) in risposta all’emergente crisi ambientale e al bisogno di azioni cooperative tra i vari paesi.
L’obiettivo principale della COP è di coordinare gli sforzi internazionali per ridurre le emissioni di gas serra e affrontare le sfide derivanti dai cambiamenti climatici, accusati di avere un impatto devastante su ecosistemi, economie e comunità a livello globale.
Ogni anno, i rappresentanti di quasi tutti i paesi ottenendo un contesto utile per negoziare obiettivi e strategie a lungo termine. Le conferenze COP sono caratterizzate da intense discussioni, durante le quali le nazioni perseguono accordi vincolanti e piani di azione. Una delle pietre miliari dei risultati della COP è l’Accordo di Parigi del 2015, che mira a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali.
La Conferenza delle Parti non è solo politica, ma anche destino comune.
Nel 2025, quella che avrebbe dovuto essere la conferenza della svolta, la COP30, si è tenuta a Belém, nelle porte dell’Amazzonia: un luogo scelto per peso simbolico, ma che forse proprio per questo ha rivelato tutta l’impotenza del processo.
La COP30, nonostante gli obiettivi ambiziosi prefissati, si inserisce in un contesto di crescente scetticismo.
Popoli indigeni, protesta, tensioni: la voce a Belém (ampiamente ignorata) di chi subisce
Una delle novità più significative di COP30 è stata la partecipazione molto ampia delle comunità indigene: quilombola, popoli amazzonici, tribù storiche, rappresentanti di molte regioni dell’Amazzonia e dell’America Latina hanno raggiunto Belém attraversando fiumi e foreste — con la cosiddetta “Flotilla Indigena”.
Erano le prime luci dell’11 novembre quando le barche della Flotilla Indigena comparvero sul fiume, decine di imbarcazioni cariche di colori, piume, canti, tradizioni, richieste di terra e diritti.
Era impossibile ignorarle.
Ma l’“inclusione indigena” si è rapidamente scontrata con la realtà: hanno cercato di forzare l’ingresso al centro dei negoziati (la “Blue Zone”) per far sentire la loro voce. Ne è nato uno scontro con le forze di sicurezza: barricamenti, proteste, tensioni. Alcuni security guard hanno riportato lievi ferite, dopo che manifestanti — secondo testimoni — avrebbero scagliato bastoni o drumsticks.
Nei giorni successivi, gruppi come gli Munduruku hanno bloccato ingressi, marciato, richiesto di incontrare rappresentanti del governo. Diverse associazioni per i diritti umani e per l’ambiente — tra cui organizzazioni internazionali — hanno denunciato che la presenza massiccia di forze di polizia attorno al summit ha intimidito molti attivisti, generando un “clima di repressione” del dissenso.
I Munduruku non ha scelto slogan morbidi: ha scelto verità scomode.
“La nostra terra non è in vendita”.
L’hanno gridato ai cancelli, l’hanno cantato sull’acqua, l’hanno portato nelle marce.
La Flotilla Indigena non era folklore: era diplomazia dal basso.
Hai mai visto un popolo che protesta arrivare in barca per chiedere ascolto diretto a un summit? Non erano ambientalisti astratti: erano guardiani reali di un equilibrio fragile, scavalcati ogni giorno da miniere illegali, tagli di legname, infrastrutture pesanti, agribusiness estensivo.
In altre parole: chi da secoli custodisce l’Amazzonia, chi vive ogni giorno le conseguenze della deforestazione e delle grandi opere estrattive, è stato convocato come “testimonial” — ma quando ha chiesto di essere sentito ha trovato porte sbarrate, muri di cemento e disattenzione.
Belém non era solo una cornice: era una dichiarazione di responsabilità. Ospitare la COP nel Pará voleva dire parlare di foreste, di custodi della Terra, di diritto alla sopravvivenza dei popoli tradizionali. Significava, soprattutto, ricordare all’Occidente che l’aria che respiriamo nasce qui.
Ma quel messaggio, così ovvio per chi vive i confini della foresta, non ha mai raggiunto davvero la stanza dove si decideva.
Le nazioni coinvolte e le tematiche da affrontare: un’assemblea globale divisa
Da un lato i paesi europei, Canada, Giappone e parte dell’America Latina, pronti a discutere di decarbonizzazione.
Dall’altro le economie fortemente legate ai combustibili fossili, ribattezzati “petrostati”, che hanno resistito a qualunque parola che assomigliasse a phase-out o abbandono di petrolio, gas e carbone.
Il Brasile stesso — padrone di casa — ha camminato su un filo ambiguo: mediatore dei negoziati, ma anche nazione che vive pressioni economiche enormi sul proprio territorio amazzonico.
Numerosi erano i nodi da sciogliere alla COP30: dalla riduzione delle emissioni di gas serra, alla giusta transizione energetica, dalla finanza per l’adattamento climatico alla protezione dell’Amazzonia e delle comunità indigene, fino al contrasto della deforestazione e dell’estrazione mineraria nelle aree sensibili.
In particolare:
- una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili (petrolio, gas, carbone) e una strategia di “phase-out” reale;
- aumento e garanzia di fondi per adattamento climatico e “loss & damage” verso paesi vulnerabili;
- riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, protezione delle terre ancestrali, demarcazione di nuove aree indigene, rispetto per le comunità amazzoniche;
- misure concrete contro deforestazione e sfruttamento estrattivo nelle foreste pluviali, in special modo per l’Amazzonia;
- meccanismi internazionali di “just transition”, per accompagnare il passaggio verso economie verdi tutelando lavoratori e comunità;
C’era attesa, dunque, che questa COP — ospitata nella foresta amazzonica — potesse essere la “svolta”, un momento di verità, un ponte tra dichiarazioni d’intenti e azione concreta.
La scienza, intanto, bussava da tutte le relazioni parallele: +1,5 °C non è un numero, è l’ultima stazione prima del baratro. Ma mentre l’Amazzonia accoglieva con la sua umidità la più grande conferenza sul clima del mondo, negli stessi giorni si continuava a commerciare carbone, trivellare gas, autorizzare nuove esplorazioni petrolifere dal Golfo al Mare del Nord.
Cosa è stato deciso: i risultati deludenti della COP30
Alla fine della conferenza, i delegati hanno raggiunto un accordo — ma molti lo definiscono un “compromesso al ribasso”.
Tra le decisioni principali:
- Impegno (non vincolante) a triplicare i finanziamenti per l’adattamento climatico entro il 2035.
- Avvio di meccanismi per una “just transition” e una Global Implementation Accelerator, con l’obiettivo di agevolare una transizione verso economie più verdi.
- Alcune promesse e investimenti nel settore delle energie pulite, iniziative per la protezione delle foreste, riforestazione, e soluzioni “nature-based”.
Tuttavia — ed è qui la grande falla — nel testo finale non c’è una parola chiara sui combustibili fossili: niente phase-out, niente road map per uscire dal petrolio, gas o carbone.
Questo ha generato fortissime critiche: per molti, la COP30 ha rinunciato al cuore della transizione climatica.
Non si è osato toccare l’interesse economico legato ai fossili, non si è garantito un passaggio reale verso rinnovabili — e così le promesse rischiano di rimanere puramente simboliche.
Quando non citi petrolio, gas e carbone, stai davvero parlando di clima?
Le mancanze più gravi: ciò di cui non si è parlato
- Dipendenza da volontarietà e consenso tra stati: scelte che richiedono coraggio e leadership — come la riduzione delle emissioni, la protezione delle foreste, la giustizia climatica — restano affidate alla buona volontà, non a obblighi reali.
- Assenza di un piano vincolante per l’abbandono dei combustibili fossili: come detto, la COP30 si è chiusa senza neanche un riferimento formale al phase-out — nonostante la pressione di molti paesi e della comunità scientifica.
- Scarsa protezione per i popoli indigeni: presenza massiccia di polizia e sicurezza, sbarramenti, repressione del dissenso, marginalizzazione delle istanze indigene — malgrado fossero tra i soggetti più esposti e credibili nella lotta al cambiamento climatico.
- Mancanza di misure concrete per la deforestazione e l’estrazione in Amazzonia: la conferenza, pur ambientata in Amazzonia, non ha tradotto in impegni reali la necessità di fermare distruzione, sfruttamento e mercificazione delle terre ancestrali.
- Finanziamenti vaghi e a lunga scadenza: l’aumento della finanza per l’adattamento entro il 2035 è un orizzonte troppo distante per chi oggi soffre siccità, incendi e degrado ambientale. Senza garanzie su tempi, destinazioni e trasparenza, le promesse rischiano di restare sulla carta.
L’Italia alla COP30, invisibile a Belém
L’Italia alla COP30 ha partecipato come stato membro dell’Unione Europea, sostenendo la linea europea: ambizione su rinnovabili e finanza climatica, dichiarazioni sull’urgenza dell’1,5 °C, e supporto alle soluzioni di adattamento.
Ma — nel racconto di Belém — non c’è un imprinting riconoscibile dell’Italia: non emerge una voce netta sulle istanze indigene, né un commento frontale sulla rimozione della transizione fossile.
È mancato un discorso nazionale, una presa di posizione autonoma, un messaggio memorabile.
Mentre Germania e molti altri spingevano apertamente sul phase-out dei fossili, la posizione italiana è rimasta quella della delegazione europea: giusta, ma non distintiva; condivisibile, ma non coraggiosa; allineata, ma politicamente invisibile.
Il risultato è stato deludente, perché segna un rinvio collettivo delle decisioni: meno pressione sui combustibili fossili, ritardi concreti su finanziamenti e protezione ambientale, e un segnale ambiguo per chi investe in green economy.
Per un paese tra i più esposti ai danni climatici nel Mediterraneo (alluvioni improvvisi, siccità prolungate, rischio idrico, erosione delle coste) l’Italia avrebbe dovuto fare molto di più: non per opporsi, ma per guidare.
Non l’ha fatto.
I 10 giorni di COP30: tra negoziati, scontri, e muri. (Riassunto)
La COP30 doveva durare 10 giorni, ma si è trascinata più a lungo tra overtime e frustrazione.
Dentro, si negoziavano fondi e target.
Fuori, si negoziava la sopravvivenza con la polizia.
Giorno 1 — 10 novembre
Apertura ufficiale.
Arrivano leader, ministri, lobbisti, negoziatori professionisti. Sul fiume, però, arrivano altri delegati: quelli senza badge. È lì che la narrazione cambia registro.
Nelle strade si parla del “chi paga” l’adattamento climatico, ma nell’acqua si ripete una richiesta: ‘demarcate le nostre terre, riconoscete i nostri diritti.’
Giorno 2 — 11 novembre
Gli scontri.
Un tentativo di ingresso nella Blue Zone si trasforma in un contatto fisico tra protestanti e guardie di sicurezza. Feriti lievi, ma un trauma politico enorme.
Il testo finale non racconterà mai queste cicatrici, ma la conferenza inizia qui la sua discesa simbolica.
Giorno 3 — 12 novembre
Si parla di mercato del carbonio, trasparenza degli impegni nazionali (NDC), gap di emissioni tra promesse e traiettorie reali.
Temi tecnicissimi, mentre fuori si scandiscono invocazioni al territorio, intere comunità presenti ma “silenziose a forza di non essere ascoltate”.
Giorno 4 – 5 — 13 – 14 novembre
Nuovi blocchi degli ingressi.
Circa 100 indigeni fermano per un’ora il flusso degli ingressi. La polizia militare brasiliana risponde schierando camion, scudi, armi non letali.
Ma lo schieramento è comunque letale : è letale per il dialogo.
Giorno 6 — 15 novembre
La grande People’s March.
Migliaia di persone, compresi indigeni, studenti, sindacati, ONG, scienziati, marciano per assembleare una politica “reale” del clima.
In quest’occasione si percepisce un dato: il mondo del climate suffering si è stancato delle mezze misure.
Giorno 7-8 — 16-17 novembre
Qui si decide quasi tutto: si definiscono obiettivi finanziari per l’adattamento di lungo termine.
Viene evocata la “Just Transition”, ma manca un vero meccanismo finanziario di supporto.
Ambizione? Alta. Concreti impegni vincolanti? Nessuno.
Giorno 9 — 20 novembre
Evacuazione della sede COP a causa di un incendio.
Nessun intento doloso confermato.
Ma il simbolo è potente: “il fallimento brucia”.
Giorno 10 — 21 novembre
L’accordo finale.
La COP30 arriva al fotofinish, con questo accordo: triplicare i fondi di adattamento al 2035. Ok.
Ma su fossili e attenzione alle comunità locali? Rettate. Rimosse. Zittite. Una COP senza cuore.
Conclusione: un fallimento annunciato. Cosa significa per il futuro
Raccontare quello che è successo significa anche interrogarsi su cosa questa edizione della COP rappresenta: non come atto finale, ma come indicatore di volontà politica, credibilità internazionale e concretezza.
Ebbene, la COP30 fallisce su molte promesse — e tradisce le speranze di chi vive già gli effetti del collasso ambientale.
- Ha ignorato il problema centrale: i combustibili fossili, responsabili della maggior parte delle emissioni, non sono stati messi in discussione seriamente. Senza phase-out, ogni impegno su adattamento e green economy rischia di essere solo cosmetico.
- Ha marginalizzato chi subisce davvero la crisi climatica: popoli indigeni, comunità amazzoniche, custodi della biodiversità — coloro che avrebbero dovuto essere al centro del dibattito — sono stati spesso messi ai margini, impediti, ignorati. La loro protesta è stata rumorosa, convinta, ma sistematicamente messa a tacere.
- Ha scelto compromessi al ribasso: decisioni “volontarie”, promesse di lungo termine, meccanismi vaghi. In un mondo dove gli scienziati chiedono azioni immediate, queste scelte equivalgono a mettere un cerotto su una gamba amputata.
- Ha perso un’occasione storica: ospitare la COP in Amazzonia avrebbe potuto significare un cambio di paradigma — protezione delle foreste, diritti dei popoli originari, giustizia climatica. Invece siamo usciti con un accordo che sembra scritto in salotto, non nella foresta.
- L’Europa (e l’Italia) hanno deluso: chi immaginava che la voce europea potesse spingere per un forte taglio ai fossili e protezione delle foreste ora si trova davanti a un documento finale che rinvia tutto.
In sintesi: COP30 ha dimostrato che quando interessi economici e potere politico entrano in gioco, perfino la salvezza del pianeta può diventare una trattativa da rimandare.
Quindi sì: la COP30 è stata un fallimento.
Questo summit ha messo in luce con chiarezza le contraddizioni del sistema: la dipendenza dai combustibili fossili, le disparità di potere internazionale, l’ipocrisia dello “sviluppo verde” quando riguarda terre indigene e foreste.
Perché finché le decisioni vere verranno rinviate, finché la parola “fossili” sarà tabù, il futuro resterà in bilico.
E la crisi climatica — quella reale, fatta di foreste che bruciano, popolazioni che soffrono, biodiversità che muore — non guarderà in faccia nessun accordo di compromesso.
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