Plan B Recycle

Juba, piogge e la battaglia di Andrew Ugalla e Mark Leon (Sud Sudan)
La storia che andremo oggi a raccontare, amici lettori, si svolge in una delle più piccole città dell’Africa Sub-sahariana, ovvero Juba, la capitale del Paese più giovane del mondo: il Sud Sudan.
Juba è composta da un agglomerato urbano che si estende per 330 km² e che ospita tra i 520.000 e i 570.000 abitanti nella sua area metropolitana; nonostante sia una città più piccola rispetto alle capitali degli Stati confinanti (Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Uganda, Kenya, Repubblica Centrafricana), la gestione di tutte le persone che ci abitano rappresenta una sfida quotidiana per le autorità locali.
Il benessere dei cittadini è messo in pericolo soprattutto quando si uniscono due fattori caratteristici della zona: il clima tropicale della savana, che da aprile a ottobre (stagione delle piogge) genera fino a 1.000 mm di pioggia, e un sistema di gestione dei rifiuti del tutto inadeguato per l’apporto di spazzatura – in particolare plastica – prodotta dalla popolazione. Questi elementi portano alla dispersione dei rifiuti nell’ambiente, soprattutto attraverso le vie fluviali.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi immagine la portata della crisi. Mentre la discarica principale della città riceve circa 20 tonnellate di rifiuti al giorno, il tasso di riciclo del Paese rimane inferiore al 5% e, di conseguenza, ogni fine settimana di pioggia circa 25.000 chilogrammi di plastica invadono i sistemi di drenaggio di Juba, finendo nei corsi d’acqua e nel fiume Nilo Bianco, minacciando la salute di centinaia di migliaia di residenti.
La situazione è aggravata dal fatto che, per una scarsità strutturale di mezzi (il Consiglio Comunale di Juba, il Juba City Council, dispone di appena 18 veicoli per la raccolta dei rifiuti, molti dei quali inutilizzabili per mancanza di manutenzione), l’abbruciamento all’aperto della spazzatura è diventato negli anni una pratica comune. Questa pratica libera agenti inquinanti nell’aria, nelle falde acquifere e nei terreni agricoli.
Anche i rifiuti ospedalieri, come le siringhe ipodermiche, sono scaricati a cielo aperto, ad esempio nella discarica di Yei Road, esasperando così i rischi sanitari. Da anni epidemie devastanti trasmesse dall’acqua, come il colera, flagellano ciclicamente la popolazione, con focolai storici e drammatici registrati nel 2006, 2007, 2008, 2014 e 2015, tutti direttamente collegati alla mancata gestione dei rifiuti solidi. È in questo scenario di emergenza cronica, esasperato da una disoccupazione giovanile strutturale che soffoca il futuro delle nuove generazioni, che due ragazzi, Andrew Ugalla e Mark Leon, hanno deciso di non stare a guardare il loro Paese andare in rovina.
“Plan B Recycle” è il nome dell’impresa sociale che hanno fondato recentemente. Il loro scopo è quello di mettere in piedi un sistema di trasformazione dei rifiuti plastici in materiali da costruzione sostenibili, generando contemporaneamente posti di lavoro, formazione professionale e nuove opportunità per le comunità più vulnerabili di Juba. L’idea è intercettare la plastica che devasta l’ecosistema, lavorarla e trasformarla in materiali da costruzione accessibili, durevoli e a bassissimo impatto ambientale.
Il Modello di Business: Un’economia circolare a triplo impatto
Il piano ideato da Plan B Recycle non risiede solo nella logica dell’aiuto umanitario a fondo perduto, ma in un modello di business integrato, circolare e scalabile, progettato per l’autosufficienza finanziaria. I fondatori hanno strutturato una filiera chiusa che si articola in diverse fasi strategiche:
- Raccolta: intercettazione dei rifiuti plastici da famiglie, mercati, istituzioni e agenzie ONU, rimuovendo il degrado dell’ambiente. Spesso questo compito è svolto anche dai bambini per puro divertimento.
- Selezione: vengono scelti i rifiuti plastici più adatti a essere riciclati, con una distinzione per stato di conservazione e dimensione.
- Riempimento: i rifiuti plastici (come taniche e bottiglie) vengono riempiti di sabbia o terra e sigillati, creando così una vera e propria unità edilizia simile a un mattone.
- Unione al materiale edilizio di base: i “nuovi mattoni” vengono integrati nella costruzione.
La gamma dei prodotti: il futuro dell’impresa
Utilizzare i contenitori plastici riempiti come unità edilizia è solo l’inizio dell’impresa di Andrew Ugalla e Mark Leon: all’interno del documento di presentazione del loro progetto, i due spiegano che l’obiettivo di Plan B Recycle è arrivare a creare elementi da costruzione sempre più elaborati.
Tra i prodotti che l’azienda ha intenzione di creare troviamo:
- Eco-Mattoni Comunitari (Eco-Bricks): bottiglie di plastica riempite densamente con sabbia fine o scarti secchi e puliti, fino a raggiungere una rigidità modulare. Non richiedono alcun macchinario per essere prodotti, il che li rende ideali per l’edilizia sociale a prezzi accessibili, la fabbricazione comunitaria e i programmi di sensibilizzazione nelle scuole.
- Masselli da Pavimentazione (Paving Stones / Pavers): realizzati con plastica riciclata, tritata, fusa e stampata insieme a percentuali calibrate di sabbia locale. Progettati per passi carrabili, cortili, mercati e strade a traffico leggero, rispetto alle alternative tradizionali in argilla risultano infinitamente più durevoli nelle condizioni umide e torrenziali di Juba e richiedono pochissima manutenzione.
- Mattoni Edili Autobloccanti (Interlocking Building Bricks): il fiore all’occhiello tecnologico della startup, realizzati a macchina combinando polietilene, polipropilene e polistirene riciclati. Presentano un design a incastro maschio-femmina che elimina quasi del tutto l’uso della malta nella costruzione delle pareti, riducendo tempi e costi di cantiere di un ulteriore 15-25%.

Secondo il business plan, questi materiali risultano non solo più economici, ma anche più leggeri, più resistenti alla trazione e con un’impronta di carbonio molto inferiore rispetto al cemento tradizionale.
Non solo riciclo: una risposta alla crisi abitativa
In Sud Sudan il problema dei rifiuti si intreccia con un’altra emergenza: la mancanza di alloggi e infrastrutture adeguate. Molte famiglie vivono in rifugi temporanei o abitazioni precarie, mentre scuole e spazi pubblici soffrono una grave carenza di strutture sicure. In diverse aree periferiche di Juba, le lezioni si svolgono ancora sotto gli alberi o in edifici improvvisati.
Per questo Plan B Recycle non si limita alla gestione dei rifiuti, ma vuole utilizzare i materiali riciclati per costruire abitazioni accessibili, aule scolastiche e spazi comunitari.
La forza dei dati: la plastica che sfida la dittatura del cemento
La bellezza di Plan B Recycle risiede anche nella solidità dei parametri tecnici, ambientali ed economici del loro progetto. I dati dimostrano che l’ecologia, in un Paese in via di sviluppo, può essere considerevolmente più conveniente dei metodi tradizionali:
- Costo di produzione / acquisto: fino al 40% in meno rispetto ai blocchi in cemento.
- Resistenza meccanica alla trazione: doppia rispetto ai materiali tradizionali.
- Peso specifico del materiale: significativamente più leggero (riducendo così i costi di trasporto).
- Riduzione delle emissioni di CO2: impronta di carbonio 5 volte inferiore al cemento standard.
Oltre al risparmio economico diretto, c’è la posta ambientale: a livello globale, secondo l’UNEP la plastica potrebbe generare fino a 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno entro il 2040. Intercettarla e riciclarla a monte, invece di bruciarla all’aperto o lasciarla decomporre nei fiumi, incide direttamente su questo bilancio. Il modello ha già superato la delicata fase di validazione teorica; muovendosi sotto il coordinamento, la supervisione e il supporto logistico delle Suore Salesiane di Don Bosco e della ONG internazionale VidesSur, il team ha già edificato con successo 15 unità abitative pilota a Juba.
Questi prototipi reali hanno dimostrato alla cittadinanza diffidente che le case in plastica riciclata sono fresche, sicure, esteticamente gradevoli e resistenti.
Un modello già vincente nel resto dell’Africa
Plan B Recycle si ispira a startup africane che hanno già dimostrato la fattibilità di questo modello. Realtà come Kubik in Etiopia riescono oggi a trasformare fino a 45.000 chilogrammi di plastica al giorno in materiali da costruzione. Gjenge Makers in Kenya ha già riciclato decine di tonnellate di plastica producendo pavimentazioni sostenibili. Upcycle Africa opera da anni nel settore degli Eco-Mattoni all’interno dei contesti dei rifugiati.
La differenza, però, è che in Sud Sudan questo settore praticamente non esiste ancora. Ed è qui che entra in gioco il vantaggio strategico di essere i primi a costruire un’industria locale della plastica riciclata destinata all’edilizia.
Dalle parole ai fatti: il progetto pilota delle due aule scolastiche
Tra le prime iniziative concrete c’è la proposta per la costruzione di due aule scolastiche in Eco-Mattoni, ciascuna di 7×8 metri, capaci di ospitare fino a 100 studenti complessivi. Per realizzarle saranno necessarie oltre 23.000 bottiglie di plastica recuperate dalle strade e dalle discariche di Juba. La metodologia fonde l’ingegneria classica alla sostenibilità, affiancando fondazioni e cordoli superiori in calcestruzzo a un sistema murario composto da filari di Eco-Mattoni, per poi applicare una finitura esterna con fango di stabilizzazione, rasatura in cemento e tinteggiatura, rendendo le aule visivamente identiche all’edilizia classica.
L’opera ha un costo complessivo preventivato di 23.454 dollari (di cui 16.892 per i materiali e 5.912 per la manodopera). Il progetto richiede una tempistica snella di appena 10 settimane e garantirà occupazione e formazione professionale a un minimo di 20 giovani e donne vulnerabili. È fondamentale ricordare che l’iniziativa nasce come impresa guidata da giovani e pensata per creare nuovi green jobs: nel primo anno, si prevede la creazione di almeno 8 posti di lavoro diretti, puntando ad arrivare a 75 occupati entro il terzo anno, dando priorità alla formazione.

Per vedere tutte le foto del progetto, clicca sul pulsante ‘plastic bottles houses‘ (cartella condivisa su Google Photo)
Il piano: da startup a impianto industriale
Per la fase iniziale, che prevede l’acquisto dei macchinari e l’allestimento del centro operativo, Plan B Recycle sta cercando un finanziamento immediato di 25.000 dollari. L’obiettivo è dimostrare la sostenibilità economica del modello, avviare la produzione pilota ed espandersi gradualmente. Entro il terzo anno (2028), il business plan prevede:
- Oltre 500 tonnellate di plastica sottratte all’ambiente.
- Una forza lavoro di 75 dipendenti stabili.
- Un impianto a pieno regime capace di trattare fino a 5-10 tonnellate al giorno.
- Un fatturato stimato di 275.000 dollari annui, con espansione verso altre città del Sud Sudan.
L’appello ai finanziatori: un investimento strategico, non beneficenza
Oggi la startup gode di solide fondamenta relazionali, che includono partnership con il Consiglio Comunale di Juba, l’UNEP, l’UNMISS, l’UNHCR e il World Food Programme. Per fare il grande salto slegandosi per sempre dall’assistenzialismo umanitario, i fondatori hanno lanciato una richiesta di seed funding pari a soli 25.000 dollari, un tassello minimo volto a sbloccare i dati e la credibilità commerciale necessari a raccogliere un successivo round d’impatto da 250.000 dollari tramite programmi internazionali.
“L’investimento che richiediamo al mondo non è una richiesta di beneficenza compassionevole”, spiegano con orgoglio e fermezza Andrew Ugalla e Mark Leon. “È un investimento strategico e catalizzatore in un’impresa verde e generatrice di reddito che restituirà dividendi misurabili: sociali, ambientali e finanziari per i decenni a venire. Non stiamo fermi ad aspettare che qualcun altro risolva i problemi di Juba. Stiamo edificando il futuro: mattone dopo mattone, bottiglia dopo bottiglia”.
Link al ‘Gofundme’:
Una visione che va oltre il riciclo
Questo progetto non riguarda solo la plastica. Riguarda dignità, lavoro, salute pubblica e futuro.
Ogni bottiglia raccolta significa meno rifiuti nei corsi d’acqua; ogni mattone prodotto significa una casa o una scuola più accessibile. L’ambizione finale è trasformare Plan B Recycle in un punto di riferimento per l’economia verde, dimostrando che anche da una crisi ambientale può nascere un modello di sviluppo sostenibile. Ed è forse questa la parte più potente del progetto: l’idea che una bottiglia abbandonata per strada possa diventare il primo mattone di qualcosa di molto più grande.
Sostenere il progetto di questi ragazzi significa ripulire il Nilo, dare un’istruzione a chi non ne ha, e dimostrare che l’innovazione legata all’economia circolare può riscrivere il destino di un intero Paese.
Articolo in collaborazione con: SimurgRicerche.it
Progetto AGREE Sud Sudan: Agricoltura sostenibile come veicolo per promuovere la sicurezza alimentare, l’empowerment femminile e lo sviluppo socioeconomico.
Simurg Green: pianifichiamo la mobilità delle aziende, delle organizzazioni pubbliche e delle scuole.
Scheda di Sintesi e Contatti Diretti:
- Iniziativa: Plan B Recycle / Piano B Riciclo
- Sede Operativa: Juba, Repubblica del Sud Sudan
- Co-Fondatori: Andrew Ugalla & Mark Leon
- Email Ufficiali: ugallaandrew0@gmail.com | markleoninform@gmail.com
- Telefono / WhatsApp: +211923565973
- Modello di Riferimento: Allineato agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile ONU (SDG) 1, 3, 8, 11, 12, 13 e 17.
- Iniziativa Gofoundme: “Transforming Plastic Waste into Homes”
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